Preci> Piedivalle – Abbazia di Sant’Eutizio (V°sec.)

Descrizione

Qui a Piedivalle, in una zona isolata ma di grande valore paesaggistico, su di un dirupo che domina tutta la Valle Castoriana, si trova l’Abbazia di Sant’Eutizio, uno dei complessi monastici più antichi d’Italia, un vero gioiello di arte, storia e cultura.

Agli inizi del V sec. Santo Spes giunse in Valle Castoriana insieme ad un gruppo di monaci ed eremiti siriani chiamati anche Padri del Deserto e diede vita ad un primo insediamento monastico pre-benedettino. I monaci dimoravano all’interno di grotte artificiali scavate in uno sperone di roccia, luogo ideale per vivere in perfetta solitudine e meditazione; questo stile di vita suscitò ben presto ammirazione ed interesse tra gli abitanti, i quali si vollero unire alla loro comunità fondata sull’umiltà e sulla spiritualità per assaporare un’esperienza unica. Nel 470 Santo Spes eresse, vicino ad una copiosa sorgente dalla quale ancora oggi sgorga l’acqua, un primitivo oratorio dedicato alla Vergine Maria e qui visse per quarant’anni convivendo con la sua cecità. Fu maestro spirituale di Sant’Eutizio e San Fiorenzo e quando morì il 28 marzo del 510, Sant’Eutizio, date le sue grandi virtù e la sua devozione, prese il suo posto come abate all’interno del monastero riuscendo a trasmettere lui stesso quell’equilibrio e quella guida che era stato Santo Spes per la comunità tanto da venire chiamato “evangelizzatore della valle”. Gli abitanti, per celebrare l’impegno ed in segno di riconoscenza, eressero la chiesa in suo onore dove, il 23 maggio del 540, giorno della sua morte, vi furono deposte le sue spoglie. Ben presto divenne meta di pellegrini e nel primitivo ingresso, oggi murato, è ancora possibile notare la soglia consumata dalle ginocchia dei fedeli che qui si fermavano in preghiera.

Nei secoli successivi le invasioni barbariche rasero al suolo tutti i paesi della vallata rendendo questi luoghi dei veri e propri deserti e l’abbazia rimase l’unico punto di riferimento per le popolazioni della zona. Venne a costituirsi la comunità di Sant’Eutizio che non era costituita solo dagli edifici del complesso dell’Abbazia ma anche da quei paesi e villaggi che sorgevano sul territorio circostante, come ad esempio Acquaro, Collescille, Piedivalle, Valle i quali, oltre ad avere la funzione di produzione agricola, allevamento, sfruttamento del bosco e di difesa, erano dotati di norme, usi e consuetudini; questo complesso prese il nome di Guaita di Sant’Eutizio.

Nell’Alto Medioevo l’Abbazia, che arrivò ad esercitare la sua giurisdizione ecclesiastica su di un territorio ben più esteso che arrivava fino alle diocesi di Ascoli e Teramo, ricevette parecchie donazioni, rendite in natura sia di prodotti agricoli (formaggi, olio, cereali e zafferano) che di manufatti (scodelle, coltelli, piatti e bicchieri di vetro) e consistenti lasciti tra cui quello di Donna Ageltrude, vedova di Guido II duca di Spoleto, Re d’Italia e imperatore. Questa prosperità permise ai monaci, che vivevano secondo la regola di San Benedetto “ora et labora”, cioè prega e lavora, di dare inizio nel 1180 ai lavori di restauro ed ampliamento della chiesa sotto la guida dell’Abate Teodino I e che terminarono nel 1236 sotto il successore Teodino II. Si dotarono inoltre di una biblioteca e di uno scriptorium, ossia di un luogo che veniva utilizzato per scrivere o dove si effettuava l’attività di copiatura dei manoscritti. Qui i monaci stilarono i loro celebri codici liturgici che testimoniano l’esperienza di vita e di fede da loro vissuta.

Da studi effettuati è risultato che l’Abbazia di Sant’Eutizio era una vera e propria scuola scrittoria in quanto le grafie di cui si componevano i testi risultavano essere redatti da mani esperte. All’interno della scuola è stato inoltre composto tra il 936 ed il 1037 la “Confessio Eutiziana”, uno dei più antichi ed importanti documenti scritti in lingua volgare. I monaci, oltre alle conoscenze teologiche ed umanistiche, grazie ai loro studi acquisirono anche conoscenze mediche ed è proprio grazie a questo che qui nacque la famosa Scuola Chirurgica preciana che rese Preci famosa in tutta Europa con l’appellativo di “Pulchra Sabina Preces Prisca Chirurgis Patria“.

Con l’istituzione della scuola intorno al 1215 il Concilio Lateranense promulgò una legge che impediva ai monaci di esercitare la professione chirurgica e questi, per paura che quanto avevano imparato andasse col tempo a disperdersi, trasmisero agli abitanti della comunità dell’abbazia le loro conoscenze ed abilità in campo medico fino ad allora acquisite. Nel giro di pochi anni la popolazione di Preci divenne esperta nella rimozione dei calcoli vescicali, dell’ernia inguinale e della cataratta, inventò nuovi strumenti chirurgici e di lavoro e perfezionò sempre più le tecniche impartitegli dai monaci.

Nel XIII sec. Norcia ed altri comuni, che nel frattempo si erano formati e che cercavano di affermare sempre più il loro dominio anche sui territori circostanti, sottrassero all’Abbazia i castelli ad essa soggetta ma non alcuni possedimenti e le chiese e privarono l’abate del potere politico ma non di quello ecclesiastico ed economico. Negli anni passati i monaci avevano edificato nelle valli circostanti numerose chiese attorno alle quali si erano andati via via sviluppando i centri abitati. Questi a poco a poco cominciarono a munirsi di robuste e possenti mura ed a svincolarsi dall’Abbazia, la quale cominciò a vivere un periodo di decadenza ed a spopolarsi anche per via della crisi monastica.

Nel 1449 l’Abbazia fu affidata al Cardinal Domenico Caprenica che in poco tempo riportò fervore ed importanza al complesso monastico sia dal punto di vista religioso che da quello economico e sotto il suo successore Epifanio vennero commissionate numerose opere d’arte con lo scopo di abbellire ed ornare il complesso e di riportarlo al suo originario splendore.

Il XV sec. fu un anno difficile per Preci in quanto nei pressi dell’Abbazia si stabilì un gruppo di Lanzichenecchi di ritorno dal “sacco di Roma” e, quasi in contemporanea, si combatté la guerra per la successione del Ducato di Camerino che coinvolse anche Preci che venne distrutta ed incendiata. Vista quindi la situazione non propriamente tranquilla e sicura, l’abate del tempo, Giovanni Mensurati, si trasferì a Cerreto di Spoleto fino a quando la situazione non si placò. Tornato in pianta stabile all’Abbazia fu incaricato dalla Camera Apostolica di ricostruire Preci. Nei secoli numerosi furono gli abati che si susseguirono e tra tutti si contraddistinse Giacomo Crescenzi che fece costruire il campanile somigliante quanto più possibile alla torre della piazza inferiore di San Francesco di Assisi (visto che a quel tempo il vescovo di Assisi era suo fratello).

Negli ultimi anni del XIX si manifestarono parecchi terremoti che provocarono numerosi e devastanti danni a tutto il complesso che richiese un importante ed accurato intervento di restauro. A seguito del calo delle vocazioni l’abbazia venne abbandonata intorno al 1950 ed i tesori che al suo interno erano custoditi furono trasferiti a Roma per paura dei furti.

Rimase vuota per decenni fino a quando, alla metà degli anni 80, Don Fabrizio Proietti, un prete non ancora trentenne della Diocesi di Spoleto-Norcia, chiese ed ottenne il permesso di insediarsi nella struttura attirando l’attenzione della comunità circostante e delle istituzioni ed ottenendo investimenti e donazioni private. Offrì accoglienza in cambio di aiuto per ripulire, ristrutturare e svuotare i sotterranei che negli oltre due secoli erano stati utilizzati come discarica. In pochi anni riuscì a “ridare vita” all’Abbazia ed a riottenere parte dei tesori che erano custoditi a Roma creando il Museo e la Biblioteca della Scuola Chirurgica di Preci. Nonostante la sua prematura scomparsa, avvenuta nel 1998 a soli 42 anni, l’Abbazia è rimasta luogo di devozione e punto di riferimento per molti fedeli.

Molti sono i personaggi che ebbero rapporti con l’Abbazia tra cui San Benedetto da Norcia, figlio spirituale di Santo Spes e che qui veniva spesso per far visita ai monaci e San Francesco d’Assisi il quale, durante uno dei suoi viaggi in cui era diretto ad Ascoli, qui si fermò perché incuriosito dalla fama della Scuola Chirugica.

La chiesa si trova addossata alla parete rocciosa, presenta una copertura a capanna sulla cui facciata si apre un portale romanico a doppia ghiera con un’incisione in latino nella lunetta ed è abbellita da un rosone ai cui lati sono posti  i simboli dei quattro evangelisti. L’interno è costituito da un’unica navata in pietra nuda e, solo in alcuni punti, sono visibili tracce degli antichi affreschi. E’ possibile notare tre differenti fasi della sua costruzione tra cui, la più antica, risulta essere la zona mediana realizzata con blocchi di pietra. In seguito venne realizzata in conci di calcare ben levigati mentre verso la facciata e l’ultimo intervento di ampliamento, realizzato nel XIV sec., ha riguardato la parte dell’abside, di forma poligonale, formato da pilastri angolari che terminano con capitelli da cui partono archi ogivali. L’altare maggiore in marmo posto in cima alla scalinata fu costruito nel 1514 e reca inciso lo stemma dell’Abate Polidoro Scaramellotti. Sotto al presbiterio rialzato si apre una cripta divisa in tre navate e con volte a crociera che poggiano su due massicce colonne in pietra, presumibilmente appartenute all’antico oratorio. Qui, in un elegante tempietto realizzato da Rocco di Tommaso da Venezia, è custodita l’urna al cui interno sono conservate le spoglie di Sant’Eutizio che venne commissionata dall’abate sopra nominato a Rocco di Vicenza. Addossato alla parete infine si trova il coro in stile gotico, intarsiato, intagliato e costruito in noce, sul quale è stato inciso lo stemma dell’Abate Giovanni Mensurati che incaricò Antonio Seneca di Piedivalle di realizzarlo nel XVI sec.

Al primo piano dell’Abbazia di Sant’Eutizio è ospitato il Museo nel quale, attraverso un percorso espositivo suddiviso in cinque sale, è possibile ammirare sculture lignee, dipinti su tavola e su tela, oggetti sacri, preziose argenterie, raffinati ricami, manuali di medicina e riproduzioni di alcuni strumenti chirurgici che venivano utilizzati nella Scuola Chirurgica Preciana che proprio qui all’interno dell’Abbazia fu fondata. Sono state inoltre riprodotte una piccola farmacia ed un laboratorio alchemico che veniva utilizzato per la preparazione dei medicinali. In una piccola ala invece sono anche esposti reperti archeologici come punte e raschiatoi dell’era neolitica, ex-voto dell’Età del bronzo ed alcuni vasi di epoca romana.

A picco sul complesso abbaziale si trovano le grotte scavate nella roccia che gli eremiti utilizzavano come rifugio. Alcune di queste vennero intagliate per realizzare il complesso mentre quelle dove trovavano riparo Sant’Eutizio e San Fiorenzo, essendo i fondatori dell’Abbazia, non vennero toccate e negli anni divennero luogo di culto e devozione da parte della popolazione ed ancora oggi rappresentano il valore della vita semplice, del necessario e dell’adattamento. Sopra lo sperone roccioso venne poi eretto il campanile.

Numerose sono le feste che si svolgono qui presso l’Abbazia e tra le tante segnaliamo la Festa de “Lu focaracciu”, i focaracci, che si svolge nella notte tra l’8 ed il 9 di dicembre e nella quale vengono accesi dei falò di ginestra per ricordare la traslazione angelica della Santa Casa di Nazareth fino a Loreto.

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