Montefortino> Rubbiano – Eremo di San Leonardo (XI°sec.)

Descrizione

L’Eremo di San Leonardo sorge su un vasto pianoro, a 1.128 mt. di altitudine, tra il Monte Sibilla ed il Monte Priora, circondato da una fitta vegetazione di tassi, aceri e faggi. Ricostruito sui resti di quello che era un antico monastero fondato dai seguaci di San Benedetto, l’origine del nome Monte Priora deriva da Priore, colui che, all’interno del monastero, era la guida ed aveva il compito di dirigerlo ed amministrarne i beni.

Da documenti dell’epoca qui, fin dai primi secoli del Medioevo, vi era un insediamento fortificato e, nel 1066, a seguito di uno scontro con Visso, gli abitanti di Montefortino edificarono l’Eremo di San Leonardo che prese il nome di Castrum de Volubrio.

In seguito San Leonardo passò sotto le dipendenze del Monastero di Fonte Avellana sul Monte Catria (ora in provincia di Pesaro Urbino) ed in quegli anni, ricevette in lascito dalla Contessa Drusiana pertinenze che ad essa appartenevano come ville, mulini, chiese e castelli. Nel XII sec. qui vi risiedeva in pianta stabile un Priore e sei monaci Camaldolesi che trasformarono questo angolo in un centro di fede, cultura e sviluppo che fu, per secoli, un faro di luce che “illuminò” il cammino di molti popoli e pellegrini del Medioevo che attraversavano queste terre percorrendo la strada che “…duce a Roma, a Norcia, a Visse et altri luoghi…” (vedi pagina delle Gole dell’Infernaccio).

Qui la vita si incentrava sulla preghiera e sul lavoro secondo la regola benedettina “Ora et Labora” (prega e lavora). Oltre alla preghiera il loro lavoro consisteva nella trascrizione di antichi codici, la manutenzione del monastero, lo studio, la cura del bestiame ed il lavoro nei campi. Agli inizi del 1500 i beni appartenevano a Monsignor Galeazzo Gabrielli, ricco canonico di Fano, che li cedette alla Compagnia di San Romualdo (fondata dal Beato Paolo Giustiniani) meglio conosciuti come Eremiti Camaldolesi di Monte Corona. Monsignor Galeazzo vi rinunciò per vestire l’abito da eremita della Congregazione e prese  il nome di Fra’ Pietro da Fano.

Nel 1571, come ufficializzato anche dal Papa dell’epoca, i monaci camaldolesi abbandonarono l’eremo e le sue terre non per cattiva volontà ma per via “…della rigidezza et asprezza del luogo, et neve quasi insopportabile, et la difficoltà di addurci su le robbe per la pericolosa et ribiliosa strada”. Inoltre la sua posizione sulla via che veniva utilizzata per attraversare l’Appennino, l’aveva col tempo esposto sempre più ad atti di brigantaggio e banditi che su queste alture si nascondevano e che assalivano l’eremo. Uno degli altri motivi che portò al suo abbandono fu la nascita e lo sviluppo del movimento francescano che ebbe il merito di far uscire l’amore di Dio fuori dai recinti monastici e, con la sua potente spiritualità, far amare la vita povera, semplice e umile del Vangelo. Molti preferiranno la scelta francescana e questo, di fatto, portò ad una crisi vocazionale e ad un lento spopolamento dei luoghi di fede. Le rendite, i possedimenti e le innumerevoli ed immense ricchezze che nei secoli i monasteri avevano ricevuto in dono, li avevano col tempo portati ben lontani dal primitivo ideale di vita povera trasformandoli in luoghi ricchi. Da qui comincia una lenta e costante decadenza dell’edificio che lo portò alla quasi totale rovina. Divenne per secoli un rifugio per uomini di malavita, ladri, delinquenti e briganti che approfittavano del passaggio dei pellegrini e dei mercanti che da qui transitavano per passare dall’Adriatico al Terreno e viceversa. In seguito fu un ricovero per gli animali, un deposito per gli attrezzi ed un fienile utilizzato dai pastori che sui terreni circostanti portavano i loro greggi al pascolo.

L’8 Agosto del 1715, il Cardinale Girolamo Mattei, a seguito di una visita pastorale constatò la rovina in cui l’eremo versava e decise di sequestrare il canone di affitto di tutti i beni fino a quando non fosse stato ridato degno decoro all’eremo. Infatti, dopo il suo abbandono, i monaci di Monte Corona affittarono i prati ed i pascoli a gente di Visso e Ussita ed i poderi e gli appezzamenti a signori benestanti di Montefortino, riscuotendo da tutti una somma annua di 450 scudi. Questo sequestro però non riuscì a rallentare il suo degrado che subì un peggioramento tra il 1805 ed il 1815, durante il regno Napoleonico. Nel 1832 ci fu un altro tentativo da parte del comune di Montefortino per far tornare i monaci sul Golubro ma, con l’avvento del Regno d’Italia del 1860, vennero soppresse tutte le Corporazioni Religiose e, di conseguenza, i beni dell’eremo confiscati dallo Stato e svenduti all’asta.

San Leonardo fu posseduto, negli anni, da molti Signori e famiglie benestanti, tra tutti ricordiamo i fratelli Rosi che qui crearono un’azienda con ricovero per gli animali e la produzione del formaggio dando lavoro a numerosi operai e che vollero che ogni domenica venisse qui celebrata la messa per coloro che lì lavoravano e per i pastori, carbonai e legnaioli che ogni giorno salivano sul Golubro per lavorare. Appartenne alla famiglia Rosi dal 1909 al 1934 quando venne venduta la proprietà al Senatore Luigi Albertini.

Si arriva così all’anno 1965 quando Padre Pietro Lavini, “spinto da una forza misteriosa”, con un amico si spinse fin lassù sul luogo denominato “San Leonardo”, un luogo dove si poteva scorgere appena solo pochi ruderi ricoperti di rovi e di ortiche ma che egli gli pareva di sentirgli dire: “perché non ci riporti all’antico splendore?”. Padre Pietro Lavini, all’anagrafe Armando Lavini  chiamato anche “Muratore di Dio”, entrò da bambino nel Collegio dei Cappuccini di Fermo e, presi i voti, iniziò a svolgere la sua missione sacerdotale presso il Santuario della Madonna dell’Ambro. Una “voce interiore” lo tormentò per giorni e giorni fino a quando comprese che la sua missione di vita era quella ricostruire quell’antico eremo. Un progetto ed un sogno impossibile per un umile frate cappuccino ma non per Colui (Dio) che proprio su “quell’ermo colle” aveva un progetto di ricostruzione spirituale delle anime che da lì sarebbero passate, di amore e salvezza per gli uomini. Si presenta allora dinanzi al suo Padre Superiore che prima lo prende per esaltato ma che, in seguito, gli concederà il permesso di dare libero sfogo al suo progetto. La sua iniziativa però non avrebbe in alcun modo dovuto ostacolare la sua attività ne tantomeno con le finanze del santuario. Nel 1969 i figli del Senatore Albertini, Elena e Leonardo, venuti a conoscenza del progetto che Padre Pietro aveva, gli fecero dono del rudere mandandogli persino il denaro per effettuare il passaggio di proprietà. Egli, intestò la donazione al Monastero di Santa Vittoria in Matenano (situato a Fermo). Nel 1970 l’allora Sindaco di Montefortino, Sante Vallesi, a nome degli amministratori e di tutta la popolazione approvò il progetto di ricostruzione della Chiesa di San Leonardo. Anche la Sovraintendenza alle Belle Arti dette il suo benestare in quanto il luogo era segnalato come “capanna rurale”.

E così, il 24 Maggio del 1971 un semplice ed umile frate cappuccino si avventura sulle montagne per un’impresa umanamente impossibile avendo a disposizione soltanto due mezzi: un saio, simbolo della povertà ed una croce, simbolo della fede. Su questi due grandi valori, oggi oramai in disuso, egli ha cominciato la sua opera di restauro ed edificazione di quello che era il più antico insediamento spirituale delle Marche e che, dopo oltre 40 anni, continua con incessante passione. Muri crollati e pietre antiche impregnate di storia e lasciate in balìa dell’incuria del tempo, gli hanno però permesso di ricostruirne la storia. In questo arco di tempo numerosi sono stati i disagi che Padre Pietro ha dovuto affrontare e, come si dice “ogni inizio nasce povero”, anche il suo di cammino doveva intraprendere la stessa strada, una strada di povertà, rinunce, sacrifici, lotte ed incomprensioni da parte di coloro che cercarono in ogni modo di ostacolarne il cammino.

Durante i lavori di ricostruzione numerosi sono i reperti che ha ritrovato: una moneta aurea con incisa l’incoronazione di Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero, un bolognino, una moneta molto in voga nel 1400 su cui è ancora possibile leggere le parole “Bononia docet”, ed infine una piccola medaglia recante incisa la data 1625 dove da un lato si possono scorgere le facciate di quattro Basiliche con sotto scritto Roma e dall’altro i nomi dei Santi a cui esse sono dedicate: (San Pietro, San Paolo, San Giovanni Battista e Santa Maria). Sapendo che la chiesa ogni 25 anni offre a tutti i suoi figli la possibilità di ottenere il perdono delle proprie colpe ed essendo stato il 1625 un Anno Santo, quasi sicuramente questo documento ci attesta che la strada che passava dal Golubro, fu percorsa da una persona di ritorno da Roma che qui all’eremo sostò.

Praticamente solo, pietra su pietra, sacrificio dopo sacrificio, messa dopo messa, Padre Pietro ha impegnato tutte le sue energie, sia fisiche che spirituali e lottando contro ogni speranza e sostenuto solo da un grande coraggio e da una grande fede, ha restituito ai Monti Sibillini uno dei monumenti più antichi del nostro passato. Tante sono oggi le persone, turisti e pellegrini provenienti da ogni parte del mondo che salgono all’Eremo di San Leonardo per trovare conforto e speranza o semplicemente per godere di questo piccolo ma grande angolo di paradiso, un luogo ricco di storia, fede, preghiera lavoro e sacrificio.

L’eremo è raggiungibile in poco più di un’ora di cammino percorrendo un sentiero che si dirama da Rubbiano attraversando le Gole dell’Infernaccio.

Padre Pietro Lavini è venuto a mancare il 9 Agosto 2015.

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