Amandola> La Storia del Comune

Descrizione

Il territorio di Amandola, così come la Valle del Tenna, era popolato già in età preromana e, fin dall’antichità, ha rappresentato un importante snodo viario, un luogo in cui si svolgevano scambi culturali ed un punto di incontro tra persone di diverse aree e culture.

A testimonianza di questo, fu ritrovato alla fine dell’800 un dinos del V sec. a.C. in contrada Le Piane (un recipiente in bronzo utilizzato nei banchetti per contenere i liquidi oggi conservato al Museo Nazionale delle Marche di Ancona) e, nel 1955 ai confini con Sarnano, un cippo di centuriazione dell’età augustea (una pietra che serviva a delimitare i confini tra le varie comunità agricole). Il termine centuria deriva dalla fondazione di Roma e rappresentava la divisione di un territorio in lotti quadrati di duecento “iugeri”, all’incirca sessanta ettari, che prendevano appunto il nome di centurie. Piccoli villaggi sparsi erano disseminati un po’ ovunque su tutto il territorio e sui fianchi delle colline fino a quando, tra il 568 ed il 570, Amandola e le sue terre furono invase dai Goti prima e dai Barbari dopo, che portarono devastazioni ed effettuarono rapine e saccheggi, tanto che le popolazioni cominciarono a raccogliersi intorno alle fortificazioni più importanti.

In seguito il territorio di Amandola venne incorporato nel Ducato di Spoleto fondato dai Longobardi, che verrà scisso nel 771 e la zona ad est dei Sibillini prenderà il nome di Marca Fermana. Questa arriverà ad estendere i suoi confini fin oltre la città di Vasto in Abruzzo ma, nel 1081, a seguito dell’invasione dei Normanni da sud, perderà il controllo di tutti i territori abruzzesi ed il nuovo confine sarà rappresentato dal fiume Tronto.

Già nel 977 il Vescovo di Fermo Gaidulfo aveva concesso in enfiteusi a Mainardo di Siffredo e fino a terza generazione, diversi appezzamenti di terreno dell’area di Montefortino, Sarnano e Amandola. (L’enfiteusi è un diritto reale di godimento su di una proprietà altrui). Nel frattempo, per motivi di difesa e per una vita più sicura, inizia ad avere luogo l’incastellamento, ossia ville e castelli minori che si uniscono in uno maggiore. Sorge così nel 1248 il Comune di Amandola dall’unione dei tre castelli che si trovavano rispettivamente sui tre colli Agello, Castel Leone e Marrubbione che furono i primi a sottrarsi dalle dipendenze dei rispettivi signori e ad allearsi tra loro. Castel Leone, che era il centro più importante, contribuì a dare il nome al nuovo Comune visto che sulla parte più alta del colle si trovava una pianta di mandorlo (per approfondimento vedi pagina di Amandola). Nel frattempo i piccoli proprietari e le numerose famiglie della nobiltà contadina cedettero o vendettero i loro territori (con i rispettivi abitanti che li risiedevano) al neonato comune.

I Dinasti di Monte Passillo, una della famiglie più ricche e potenti della zona e proprietaria dell’omonimo Castello che si trovava nei pressi di Comunanza, già nel 1250 rivendicavano i loro possedimenti e minacciarono così il neonato Comune se non avesse restituito loro le famiglie, con le relative tenute e proprietà, che avevano deciso di passare sotto il controllo di Amandola. Da questa diatriba nacque una guerra che vide la sconfitta dei Dinasti di Monte Passillo ad opera degli amandolesi che, per l’occasione, si erano alleati con Montefortino ed il 20 Luglio del 1267 venne firmata la pace tra le due fazioni.

Negli anni Amandola continuò la sua opera di acquisizione di terreni con lo scopo di espandere sempre più il suo territorio e per un progressivo incremento e consolidamento della neonata istituzione. I piccoli signori dei comuni limitrofi che prima tentarono in tutti i modi di opporsi, col tempo entrarono a parte del nuovo comune arrivando ad occupare anche incarichi pubblici.

Quello che all’inizio era un insediamento sparso divenne nel tempo un castello con fisionomia propria che arrivò ad avere una propria indipendenza, proprie usanze e consuetudini che le permisero di godere di un’autonomia amministrativa e, il 1° giugno del 1265, il Legato pontificio della Marca, Cardinale Paltrinieri, pose sotto la protezione della Santa Sede Apostolica il neonato comune di Amandola che poté emanare i propri Statuti che verranno successivamente rivisti nel 1336 e poi stampati nel 1547.

Questa affermazione del nuovo Comune suscitò gelosie e rivalità di quelli vicini e vi furono scontri con Sarnano e soprattutto con Montefortino in quanto, nel novembre del 1268, un certo Signor Arpinello di Giberto (residente a Valle, frazione appunto di Montefortino) cedette ad Amandola la sua parte giurisdizionale su parecchi castelli da lui posseduti, tra cui quello di Valle, Vetice e del Pizzo Berro. Con questo lascito Amandola allargava sempre più i suoi confini verso la sponda sinistra del fiume Tenna e Montefortino reagì riuscendo ad occupare solo una parte del Castello di Valle. Nel XIV sec. ci si trovava di fronte ad una comunità la cui ricchezza economica proveniva in gran parte dal territorio e si basava sulla pastorizia, sull’artigianato, sull’agricoltura con la crescente industria del settore tessile, in particolar modo il commercio della lana e dei tessuti.

Fu in questo periodo che il Cardinale Egidio Albornoz promulgò a Fano nel 1357 le Costituzioni Egidiane, una raccolta di leggi suddivise in sei libri riguardanti lo Stato della Chiesa nelle quali vennero anche riconfermate le cinque province che la Chiesa aveva ereditato dal Medioevo. Dalle Costituzioni risultava che le città della Marca di Ancona, una delle cinque province di cui sopra, i cui confini erano pressappoco quelli dell’attuale regione, erano suddivise in maggiori, grandi, mediocri e piccole. Amandola figurò essere inserita tra le mediocri insieme ad Osimo, Sarnano, San Ginesio, Civitanova Marche e Monte Granaro. In questo periodo la popolazione di Amandola arrivò a contare 750 fumantes, ossia 3.750 persone.

Tra il XIV ed il XV sec. numerose sono le famiglie ed i Signori che dominarono su Amandola: i Signori di Varano, il Conte Francesco Sforza, Cesare Borgia conosciuto anche come Duca Valentino, Malatesta, Niccolò Piccinino solo per citarne alcuni.

Per buona parte del 1500 Amandola e Montefortino furono in continua lotta sulle alture del Monte Amandola in località Fonte del Faggio che, tra un tentativo di rappacificazione e l’altro, durò per più di 80 anni. Le fonti sui Monti Sibillini per la loro costituzione geologica erano rare e, di conseguenza, preziose per i pascoli.

Il 3 giugno del 1599 il Legato della Marca Cardinale Ottavio Bandini, per cercare di mettere fine alla lite così a lungo protrattasi, decise di effettuare un sopralluogo sul monte ma, giunto alle pendici e visti i ripidi tornanti che lo aspettavano, ordinò una ritirata ed ascoltò i procuratori delle due comunità contendenti nella Chiesa della Madonna dell’Ambro. Dopo qualche anno venne emessa la sentenza definitiva che assegnò la fonte alla comunità di Montefortino.

Nella seconda metà del Seicento numerose truppe di banditi e soldati invasori devastarono un po’ tutta la zona e le carestie, unite alla crisi economica e politica che interessò tutta la Marca di Ancona tra il XVI ed il XVIII sec., provocarono un arresto dello sviluppo economico e sociale che si protrarrà fino al XIX sec.

Nei pressi della frazione di Rustici si svolse nel giugno del 1798 un tentativo di resistenza civile contro l’esercito francese del Generale Gardenne che si concluse con la fucilazione di 11 contadini, la profanazione della tomba del Beato Antonio e tre giorni di rappresaglia del Comune. Solo nel 1800 terminò l’occupazione francese e venne ripristinato il governo pontificio.

L’Amministrazione transalpina costituì il Dipartimento del Tronto ed eresse Fermo a capoluogo principale ed Amandola a capoluogo del Cantone omonimo, sotto cui dipenderanno Comunanza, Montefortino, Montemonaco e Montegallo. Questa organizzazione si protrarrà anche dopo il 1817, periodo in cui avvenne la restaurazione dello Stato della Chiesa e Amandola fu annessa alla Delegazione di Ascoli.

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia del 1861 e sull’onda di una nuova modernizzazione e di un nuovo sviluppo economico che lo Stato si stava approntando ad intraprendere, si procedette a migliorare i collegamenti tra le varie città incentivando la costruzione delle strade e delle linee ferroviarie. Vennero quindi costruite strade e ferrovie oltre che in pianura anche sui terreni impervi di collina e di montagna che, grazie alle gallerie, permettevano di risalire perfino le pendenze più ripide.

Intorno all’anno 1865 iniziò la costruzione della strada provinciale Sub-Appenninica dei Sibillini lunga 41 km che collegava Arquata del Tronto ad Amandola attraversando Montegallo, Montemonaco e Montefortino. I lavori si bloccarono però nella frazione di Pignotti, nel Comune di Montemonaco, e per quasi 100 anni, per raggiungere Arquata del Tronto (circa 10 km in linea d’aria) si dovette percorrere un tragitto lungo 90 km. In questo lungo periodo di tempo, molti personaggi promisero di completare il tratto di strada ma senza nessun risultato; solamente nel 1963 si riuscì a completarla ed inaugurarla. Nel 1973 venne poi allargata ed asfaltata.

Ai primi del 1900 venne invece realizzata la tratta ferroviaria Porto San Giorgio-Amandola, inaugurata il 14 dicembre del 1908 che si snodava su di un percorso lungo 57 km. La ferrovia, che venne elettrificata nel 1927, con l’avvento del trasporto su gomma verificatosi negli anni a seguire, viene messa in crisi ed il trenino, che ha unito il mare ai monti, effettua la sua ultima corsa il 27 agosto del 1956.

Nella Seconda Guerra Mondiale il territorio dei Sibillini fu teatro di grossi scontri tra i partigiani e l’esercito tedesco. Nel settembre del 1943 giunsero ad Amandola due famiglie di ebrei jugoslavi e tutto il paese, guidato dal capostazione Giuseppe Brutti con la moglie Elvira Lucci Brutti, si mobilitò per aiutarli, offrendo loro alloggio, cibo e coperte. Quando una spia rivelò la loro presenza in paese, gli ebrei furono trasferiti nella frazione di San Cristoforo dove rimasero fino alla Liberazione del 1945. Per questo atto eroico e di coraggio, il Brutti e la moglie sono stati insigniti dall’Istituto Yad Vashem a Gerusalemme dell’alta onorificenza di “Giusti tra le nazioni”.

Nell’ottobre del 1943, uno scontro tra partigiani e tedeschi, si concluse con la fucilazione nella piazza di Amandola del partigiano Angelo Biondi. L’anno successivo una nuova rappresaglia terminò con la fucilazione di 10 uomini. La fine del conflitto ha lasciato una grande povertà ed una crisi delle attività produttive che portò ad un lento esodo della popolazione verso le aree più industrializzate.

L’evoluzione demografica di Amandola ha visto negli anni un forte decremento a causa dell’emigrazione verso le grandi città o paesi stranieri. Di seguito riportiamo il numero di abitanti di Amandola registrato nei censimenti dal 1861:

Anno 1861 – 4.893 abitanti
Anno 1871 – 5.115 abitanti
Anno 1881 – 5.045 abitanti
Anno 1901 – 5.456 abitanti
Anno 1911 – 5.794 abitanti
Anno 1921 – 6.006 abitanti
Anno 1931 – 6.240 abitanti
Anno 1936 – 6.348 abitanti
Anno 1951 – 6.541 abitanti
Anno 1961 – 5.645 abitanti
Anno 1971 – 4.403 abitanti
Anno 1981 – 4.106 abitanti
Anno 1991 – 4.012 abitanti
Anno 2001 – 3.969 abitanti

Gli attuali abitanti del Comune di Amandola sono poco più di 3.700 e continuano a vivere, oltre che di turismo, anche seguendo le antiche tradizioni che, nei secoli, hanno rappresentato le principali fonti di sostentamento come l’allevamento del bestiame, l’agricoltura ed il taglio dei boschi.

Share This